L’edilizia che esclude e la città che fa fatica ad accogliere

Chi bussa alla nostra porta non è un numero
Mohamed ha trenta anni, viene dal Pakistan e lavora come operaio. Ha un contratto regolare e potrebbe permettersi un affitto, ma una casa non la trova. Come lui c’è Abram, che ha un impiego nella vallata del Tronto ma non sa dove stendersi quando finisce il turno. C’è Said, arrivato con numeri di telefono da contattare ai quali nessuno risponde. E c’è Nassim, diciottenne, costretto a lasciare la comunità per minori perché gli è stato detto che il suo percorso era terminato: oggi dorme in spiaggia.
Questi ragazzi hanno un nome, una storia, un lavoro o un progetto di vita. Non sono un problema di decoro né una questione di ordine pubblico. Sono persone.

Il rischio del “secondo naufragio”
Di recente Papa Leone XIV ci ha ricordato il dovere di cambiare sguardo: «Prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri né fascicoli. Siete persone… con sogni che nessuno ha il diritto di disperdere.» (Porto di Arguineguín, Las Palmas de Gran Canaria, 11 giugno 2026).
Oggi il secondo naufragio avviene sulla terraferma. È quello di chi rimane solo, invisibile, senza un luogo dove ricominciare ed esposto a chi approfitta della sua fragilità. Una comunità che vuole definirsi umana non può voltarsi dall’altra parte. È chiamata a fare come il buon Samaritano: fermarsi, offrire un riparo e aiutare chi è caduto a rialzarsi. L’integrazione non è assistenzialismo; è permettere a chi desidera lavorare e costruire il proprio futuro di poterlo fare. La paura non si vince con l’isolamento. Alla fine della vita saremo giudicati dall’amore che avremo saputo vivere.

L’emergenza abitativa riguarda tutti
Davide è nato in città e lavora come ingegnere. Stefania, la sua ragazza, è impiegata. Vorrebbero sposarsi, ma per un appartamento di appena settanta metri quadri hanno chiesto 350.000 euro. La crisi della casa non colpisce soltanto i migranti. Colpisce i giovani che vorrebbero mettere su famiglia e non trovano un alloggio, i lavoratori che hanno uno stipendio ma non riescono più a vivere nella città in cui lavorano, e le famiglie che vedono il costo dell’abitare crescere molto più rapidamente dei loro redditi. Il problema, quindi, non riguarda pochi, ma l’intera comunità.
Secondo gli esperti, sulla costa il mercato immobiliare è affetto da un virus subdolo: costi proibitivi che penalizzano sistematicamente la classe media lavoratrice, la spina dorsale del nostro territorio. Da anni l’edilizia residenziale pubblica soffre di una cronica carenza di investimenti, sia sul fronte delle nuove costruzioni sia su quello delle riqualificazioni. A questa situazione si aggiungono due fenomeni evidenti:
• La scarsità di aree disponibili: i vecchi piani di edilizia economica e popolare (le “zone 167”), che un tempo garantivano case a prezzi accessibili, sono ormai impraticabili.
• Il frazionamento immobiliare: molti immobili vengono divisi in appartamenti sempre più piccoli, spesso inadatti alle famiglie e destinati a un mercato che privilegia la rendita rispetto ai bisogni delle persone.

La gentrificazione che cancella l’identità
Non spetta alla Caritas risolvere problemi urbanistici complessi. È però suo dovere dare voce a chi rischia di restare senza casa. Sul lungomare, ad esempio, i prezzi hanno toccato i 10.000 euro al metro quadro. Questo valore stratosferico non rispecchia il reale valore produttivo delle imprese, ma è una pura rendita di posizione legata a un bene comune: il mare.
In diverse realtà europee, le amministrazioni pubbliche pretendono che fino al 31% di questa plusvalenza venga restituito alla collettività sotto forma di servizi e opere pubbliche. Il risultato attuale sul nostro territorio è invece una gentrificazione spietata: un processo che sta progressivamente espellendo i residenti dalla costa verso i comuni dell’interno, sostituendoli con acquirenti più abbienti e svuotando, giorno dopo giorno, l’identità sociale e storica delle città costiere.

Il futuro si gioca sull’accoglienza
Il destino dei lavoratori migranti e quello di tante famiglie della classe media si incontrano nello stesso punto: la difficoltà di trovare una casa. La tenda piantata da qualche parte, il ragazzo che dorme sulla spiaggia, la giovane coppia costretta a rinviare un progetto di vita e la famiglia che lascia il quartiere in cui è cresciuta non sono storie separate. Raccontano la stessa ferita. Per questo il diritto all’abitare non può diventare un privilegio per pochi.
Mohamed, Abram, Said e Nassim, come Davide e Stefania, ci ricordano che dietro ogni domanda di aiuto c’è una persona, non un numero. E ci ricordano anche che una città resta viva quando riesce a fare spazio ai suoi abitanti, soprattutto ai più fragili. Solo riducendo la distanza tra chi specula e chi fatica a trovare un tetto potremo evitare che le nostre città si svuotino della loro anima, trasformandosi in splendidi ma deserti dormitori stagionali.

Una città non si misura solo da quanto cresce, ma da chi riesce ancora ad accogliere. Se un lavoratore, una giovane coppia, una famiglia o un ragazzo appena arrivato non trovano più posto, allora non stiamo perdendo soltanto delle case: stiamo perdendo l’idea stessa di comunità.