Eravamo due ragazzi: non lasciamoci rubare il cuore!

Una parola può salvare una vita o devastarla.

Una parola può far scoppiare una guerra,

o spalancare imprevisti orizzonti di pace.

Le parole fanno accadere le cose.

(Gianrico Carofiglio)

Quando la malattia bussa alla porta, non colpisce solo il corpo; colpisce l’anima. In quel momento, ciò che resta della nostra umanità si misura dalla nostra capacità di provare compassione. Ma siamo onesti: oggi questa bussola sembra smarrita. Pochi giorni fa, un giornale locale scriveva con freddezza: “Pranzo movimentato alla Caritas… un marocchino, probabilmente in preda ai fumi dell’alcol, ha iniziato a disturbare i presenti… il magrebino, trovato con un cutter, è stato deferito all’Autorità”.

Fermiamoci un secondo. Guardiamo oltre l’inchiostro.

Quello che i titoli non dicono è che quel “magrebino” è un ragazzo. Un ragazzo solo, che vive in una tenda, che non ha toccato un goccio d’alcol ma che combatte una battaglia silenziosa e terribile contro il disagio psichico. Per quanto riguarda il cutter, lo usa nel lavoro che svolge nell’orto. Non è cattiveria: è dolore che non trova parole e che, a volte, esplode perché non sa dove andare. Definirlo solo attraverso la sua provenienza o un sospetto infondato è una ferita inferta alla realtà. Come mi ha scritto Murad, un ragazzo che oggi lavora ed è parte integrante della nostra comunità: “Sembra che noi immigrati dobbiamo per forza essere dipinti sotto una luce negativa”.

Non vogliamo negare che esistano situazioni difficili. Ma abbiamo il dovere di guardarle con uno sguardo “disarmato”. La cronaca non può essere un tribunale: deve essere lo specchio di una realtà complessa che chiede collaborazione, non proclami carichi di pregiudizio.

La bellezza come atto di ribellione

Vi chiederete perché il titolo “Eravamo due ragazzi”. Qualche tempo fa, la professoressa Antonella Roncarolo è venuta in Caritas chiedendo di fare volontariato. Sapendo che è una scrittrice di talento, le abbiamo fatto una proposta: “Ascolta le storie belle e raccontale”. In un mondo che ci bombarda di brutture, avevamo fame di uno “scambio di bellezza”.

È nato così un libro vero, crudo, ma incredibilmente luminoso. È la storia di Samba, un ragazzo nostro ospite, e del suo amico che non è mai arrivato, ucciso in Libia. Non è solo un racconto: è il ritratto di due mondi che si scontrano — quello delle frontiere geografiche e quello, ben più profondo, delle nostre coscienze. Samba ci sfida con una domanda universale: cosa significa, davvero, vivere? Il libro (edito da Marco Valerio https://www.marcovalerio.it/prodotto/antonella-roncarolo-eravamo-due-ragazzi ) è già disponibile online e lo presenteremo presto. Non è solo carta: è un invito a non perdere la speranza.

Diventare “belli” per contagio

Ci sta a cuore questo: orientare lo sguardo sul bello. Perché la vita, anche qui in Caritas, è fatta di luce, e noi vogliamo diffonderla prima che la nostra società perda del tutto il cuore. Papa Leone ci ha ricordato di recente che per vedere la bellezza di Gesù, il “Pastore Bello”, non servono gli occhi del corpo, ma serve interiorità. Seguendo questa bellezza, diventiamo belli anche noi. Egli scrive: “La cosa più straordinaria è che, diventando suoi discepoli, si diventa a propria volta ‘belli’: la sua bellezza ci trasfigura. Come scrive il teologo Pavel Florenskij, l’ascetica non crea l’uomo ‘buono’, ma l’uomo ‘bello’” (Papa Leone, Messaggio giornata mondiale delle vocazioni 2026).

Sporchiamoci le mani

Lungo la strada incontreremo sempre il male, la violenza e, purtroppo, anche la morte. Ma abbiamo una scelta: possiamo rispondere con la stessa moneta o possiamo “disarmare” le nostre parole e il nostro cuore. Se smettiamo di accusare e iniziamo a sporcarci le mani, se rispondiamo al male con un supplemento di bene, la nostra storia cambierà volto. Diventerà una storia di fratelli, non di estranei.

Sono potenti le parole di don Mimmo Battaglia con cui commemora il 33° anniversario della morte di don Tonino Bello. Sono un graffio sull’anima che ci ricorda la nostra missione:

Quando il mondo costruirà muri, insegnaci a restare porta. Quando il mondo benedirà la forza, insegnaci la vergogna evangelica della violenza. Quando il mondo deriderà i miti, insegnaci la loro ostinata fecondità. Quando il mondo si abituerà ai morti, insegnaci a chiamarli per nome. Quando il mondo ci vorrà cinici, insegnaci la scandalosa disciplina della tenerezza. Quando il mondo ci offrirà paci armate, insegnaci la follia disarmata del Vangelo. E soprattutto, don Tonino, quando anche noi, stanchi, feriti, delusi, saremo tentati di abbassare la voce, di diventare prudenti, di smettere di credere che la pace sia possibile, vieni a disturbarci. Vieni nei nostri sonni ben sistemati. Vieni nelle nostre liturgie impeccabili. Vieni nei nostri tavoli decisionali. Vieni nei nostri palazzi interiori. Vieni a dirci ancora che il Signore non abita dalla parte della paura, ma dalla parte dell’amore che rischia. Vieni a dirci ancora che il Vangelo non è fatto per metterci al riparo, ma per metterci in cammino.”

Non lasciamoci mettere al riparo dalla paura. Mettiamoci in cammino. Insieme.