Mentre il mondo ci mostra il volto sempre più angosciante della guerra e i social si riempiono di “parole armate”, cattiverie gratuite e fake news, sembra farsi strada un’idea pericolosa: che a decidere tutto debba essere solo il più forte, quello che urla di più, calpestando la dignità delle persone e dei popoli.
In questo scenario, la Caritas ci invita a fare l’esatto opposto: fermarci a guardare la bellezza che ancora esiste dentro e fuori di noi. Per questo abbiamo scelto di organizzare momenti di riflessione dedicati alla poesia. Siamo convinti, infatti, che la bruttezza del mondo si possa combattere solo con scambi bellezza. La sfida più grande è sconfiggere la povertà educativa e culturale, perché è proprio lì che affonda le radici ogni tipo di povertà a cominciare da quella economica.
Il mese scorso abbiamo vissuto momenti bellissimi insieme al poeta e scrittore Davide Avolio, che ci ha fatto scoprire i suoi versi e quelli di alcuni poeti di Gaza, come Ni’ma Hassan, Haidar Al-Ghazali e Dana Flaifl.
Questo mese vogliamo fare un passo in più. Vi proponiamo una poesia di Davide, “Voglio sedere fra gli ultimi”, accompagnata da un commento che abbiamo chiesto a un caro amico, il professor Saverio Ciarrocchi. Sono spunti preziosi che ci aiutano a dare profondità al percorso che stiamo costruendo insieme, un passo alla volta.
Voglio sedere fra gli ultimi,
entrare nella notte di un cartone,
nella chiazza di una birra
rovesciata in un angolo,
voglio un posto che puzzi,
dove l’odore possa tenermi desto,
voglio vedere i denti marciti
per i pani di ruggine e benedire le bucce,
voglio sedere fra i morti
per annunciargli che siamo risorti,
che un fiore, anche se sboccia alla luce,
può mettere radici nella terra
fino alle ossa di un corpo che giace,
voglio che la mia poesia
sia con la lettera minuscola,
che sia letta per ultima,
che faccia spazio ai versi dei migranti
Voglio sedere fra gli emarginati,
fra i pirati e i reietti,
voglio spezzare il pane coi carcerati
bere il sangue che non tradisce,
che dimora nelle mie piaghe
In ciascuna mia ferita
voglio che entrino gli ultimi,
che vedano il taglio che suppura
che sappiano bene che non sono soli.
Non siamo soli
Questa di Davide Avolio è una poesia molto potente e sentita, che dà voce a sentimenti liminali e profondamente umani.
“Voglio sedere fra gli ultimi” è una sorta di manifesto, per chi osserva il mondo da una prospettiva specifica e spesso carica di aspettative o silenzi (i morti gli emarginati i carcerati i migranti i pirati i reietti) e opera la scelta della marginalità intesa non come sconfitta, ma come autenticità.
Avolio ribalta la piramide sociale e del successo, a cui siamo abituati, articolando il percorso su questi temi.
- La distanza dal potere
L’autore esprime la volontà di allontanarsi dalla frenesia della competizione, dai “primi della classe” e da chi sgomita per la visibilità.
- La nobiltà della polvere
C’è una celebrazione di chi è rimasto indietro, di chi ha perso o di chi, semplicemente, non ha mai voluto partecipare alla corsa. Sedersi tra gli ultimi significa trovare una consapevolezza esistenziale ma anche una “comunione” (“siamo soli” ultimo verso) che il “podio” non può offrire.
- L’empatia come bussola
La poesia suggerisce che la verità, più che nelle grida di chi sta davanti, si trova nel silenzio di chi osserva dal fondo.
Da qui la scelta espressa dall’insistenza ripetuta di “Voglio” (il verbo “voglio” marca l’inizio delle prime 4 strofe)” “voglio sedere fra gli ultimi” perché lì, tra gli ultimi, dove la gente non ha paura di sporcarsi le mani con la vita, il vino è più buono.
- Conclusione: “La poesia è di chi serve”
È una bussola che può servire a chi, come me, si è sentito o si sente “fuori posto” nei meccanismi rigidi della società contemporanea.
È una poesia che non serve all’uomo che Montale guarda con un misto di ironia e amarezza: l’uomo che “se ne va sicuro”, colui che non ha dubbi, colui che è “amico a se stesso”, che non si scava dentro, che attraversa la vita senza guardare le sue ombre, proiettate sul muro del suo esistere, che è “scalcinato” ma non lo vede, non si cura di vederlo perché è abbagliato dalle proprie convinzioni.
Non serve a chi ogni mattina indossa l’abito del vincente sociale.
Avolio non ci dà la “formula che mondi possa aprirci”, ma una testimonianza: la testimonianza di chi
sceglie di non guardare il mondo dall’alto in basso, ma di sporcarsi le mani con la vita. Ogni giorno. E, restando a terra, trova la verità degli ultimi che, a differenza dell’uomo “sicuro”, sanno di essere una “sillaba storta” e non cercano di nasconderlo; di chi ha il sole in tasca ma non lo mostra; di chi sa di polvere.
“Voglio sedere fra gli ultimi” perché non voglio sedere tra i primi. Il “non voler essere dalla parte dei vincenti” diventa una scelta attiva, politica e spirituale; una scelta teologica: una teologia del Rifiuto.
La nostra identità non sta in ciò che abbiamo conquistato, ma in ciò che abbiamo rifiutato di diventare. Il “mi siedo qui tra gli ultimi” non è una mancanza di alternative, è una rivendicazione di appartenenza. Stare con gli ultimi, restare tra chi non ha pretese di vittoria è la laurea più alta per chi ha capito come si resta umani.
- Condivisione
Vorrei condividere con Davide e con tutti voi una riflessione che nasce da una vita passata tra i banchi, prima come studente ‘irrequieto’ e poi come insegnante in lotta.
Per anni la scuola ci ha propinato un sapere che era solo ossequio al potere, una cultura, inutile e dannosa, che serviva a costruire quegli ‘uomini sicuri’ di cui scriveva Montale: individui corazzati di certezze, ragazzi istruiti a non dubitare mai, pronti a occupare i primi posti, ma con lo sguardo miope incapace di vedere il compagno di banco, di guardarsi dentro. Io quella scuola l’ho rifiutata, mi dava la nausea, perché sentivo che in quel primo posto promesso mancava l’aria. Poi, come insegnante, ho visto passare accanto a me molti ‘uomini sicuri’. Colleghi che vedevano il sistema scolastico come un setaccio che premia chi si adegua al modello dell’uomo “amico a sè stesso”.
Con alcuni (pochi, frammentati, dispersi) abbiamo provato a “suturare Il fallimento della performance”, puntando sul saper fare. Abbiamo cercato di facilitare i percorsi dell’apprendimento, di dare strumenti, competenze, concretezza a chi non ne aveva o faceva fatica.
Ma poi, abbiamo guardato negli occhi quei ragazzi, i nostri ragazzi dell’ultimo banco, e ci siamo accorti che i ragazzi più luminosi non erano necessariamente quelli con la media più alta, ma quelli che conservavano una crepa, una fragilità.
Nei loro occhi ci siamo visti come in uno specchio; anche noi qualche volta siamo stati “ultimi” solo perché non volevano stare nella fila dei primi.
Abbiamo capito, grazie a loro, che mancava qualcosa di fondamentale, a noi prima ancora che a loro: il saper essere; il saper essere felici.
Siamo allora tornati a sederci tra gli ultimi banchi, dove eravamo da studenti, dove ora c’erano i ragazzi, i nostri ragazzi, che in quella scuola in quella società non sarebbe arrivati mai primi.
Sedere tra gli ultimi, con quelli che la scuola etichettava come gli ultimi, significava testimoniare che la scuola migliore è quella che non insegna a calpestare gli altri per salire, ma a sedersi accanto a chi è caduto; significava riconoscere che il sapere non è scalata sociale, ma profondità d’animo.
È un modo di far poesia che non si insegna con i voti e non si misura con i successi.
È la capacità di restare nudi di fronte alla vita, di riconoscere la propria fragilità come una ricchezza.
Se la scuola ancora oggi, soprattutto oggi, vuole essere la scuola del merito, vuole insegnare a vincere, noi oggi abbiamo l’antidoto. Noi oggi sappiamo che la poesia, con la lettera minuscola, e il volontariato hanno la capacità sovversiva di educare a qualcosa di molto più alto: a saper perdere per non smettere di essere umani.
Ed è per questo che oggi noi siamo qui, per ricordarci vicendevolmente che la verità non sta accanto a chi sale sul podio, ma a chi sceglie di restare nel cuore della polvere, perché -come dice Chandra Livia Candiani- “non è che voglio cosi, è che non posso fare altro”.
Perché è solo lì, tra gli ultimi, che imparo finalmente chi sono.



